Dama Museum

Museo di Arte contemporanea

Giacinto Diano

Giacinto Diano

Artista: Giacinto Diano (*1731 Pozzuoli + Napoli 1803)

Titolo: Gesù e la Samaritana al pozzo

Tecnica: Olio su tela

Supporto: Tela in parte rifoderata e restaurata in alcuni punti e zone

Dimensioni: base 155 cm x altezza 103 cm 

Descrizioni generiche: L’olio su tela dell’artista offre uno scorcio su un panorama tipico del ‘700 italiano narrando la scena neotestamentaria di “Gesù e la Samaritana al Pozzo”

Soggetto: sacro – Bibbia, Giov. 4,5 – 42

Iconografia: Scena sacra del Cristo e la Samaritana al pozzo, con personaggi apostolici, cani e altri personaggi popolani.

Arco cronologico: Dopo il 1760

 

 

Codici ICONCLASS

  • 73C72212 Christ and the woman of Samaria: sitting at Jacob’s well he asks her for a drink from her jug (Cristo e la donna di Samaria: seduto al pozzo di Giacobbe le chiede da bere dalla sua brocca)
  • 11D3 Christ as adult (Cristo da adulto)
  • 73C7221 the woman of Samaria (John 4:4-42) [la donna di Samaria (Giovanni 4:4-42)]
  • 73C72214 people of Sychar, aroused by the woman of Samaria, gather at the well (la gente di Sichar, destata dalla donna di Samaria, si raduna al pozzo)
  • 33A35 conversation, dialogue; conversation piece (conversazione, dialogo; pezzo di conversazione)
  • 34B11 dog (cane)
  • 43C1147 hunting dogs (cani da caccia)
  • 41A3911 well (pozzo)
  • 25I151 ornamental fountain (fontana ornamentale)

 

 

BIOGRAFIA

A cura della dott.ssa Elena Bernardi, Storica dell’Arte

GIACINTO DIANO, detto anche Giacinto Diana, nacque a Pozzuoli il 28 marzo 1731.

Nel Settecento la pittura a Napoli fu dominata essenzialmente da artisti locali che ripresero in un qualche modo le pitture di Luca Giordano, molto vicine alla scuola veneziana e quindi europea. In particolare fecero da modelli gli affreschi nella Certosa di San Martino a Napoli e nel monastero di San Lorenzo dell’Escorial.

Alle grandi tele di stampo religioso, si affiancano i cicli di affreschi di gusto religioso-mitologico. La fioritura in città e negli immediati dintorni di importanti palazzi nobiliari e reali ha inoltre fatto sì che l’attenzione venisse distolta dai soli edifici religiosi partenopei. Napoli, che per la verità almeno dagli inizi del Cinquecento non aveva mai smesso di essere un grande cantiere edilizio, si aprì alla costruzione di nuove residenze nobiliari, a cominciare dai “casini di delizie”, dimore per gli ozi e il piacere diffuse tra la collina di Posillipo e la Riviera di Chiaia, e alle numerose opere di ristrutturazione degli spazi interni dei palazzi, volte a creare nuove cornici e nuovi sfondi per i riti della socialità aristocratica. Tra i più celebri vi sono: il cabinet del duca di Corigliano Agostino Saluzzo; il palazzo di Chiaia del sesto principe di Roccella: Gennaro Maria Carafa, e il lusso dei principi di Francavilla. Nel periodo che va dal 1755 al 1776, Michele Imperiale Gran Camerario e in seguito primo Maggiordomo di corte, tenne in fitto il palazzo Cellammare, ove aveva fissata la propria residenza, vi investì più di 33.000 ducati per ristrutturare la dimora. La maggior parte di questo denaro venne utilizzata per pagare i monumentali affreschi eseguiti nei grandi saloni del primo piano da Fedele e Alessandro Fischetti, Pietro Bardellino e Giacinto Diano, pittori allora in auge presso la corte dei Borbone, per i quali avevano affrescato le volte dei saloni della reggia di Caserta, e nelle grazie di Luigi Vanvitelli.

Giacinto Diano, pittore nato a Pozzuoli nel 1731, fu un pittore definito da Dalbono nel 1859 “ uno dei più dolci pittori che l’epoca della fiacchezza abbia partorito”, il suo itinerario pittorico è contrassegnato da un’iniziale predilezione per le soluzioni figurative adottate da Francesco De Mura nella cui bottega è ricordato nel 1752 e nel cui ambito probabilmente maturò la sua prima formazione.

Oltre alle numerose opere realizzate per Chiese e Santuari, bisogna segnalare la decorazione della volta della sagrestia della chiesa di S. Maria di Pozzano, realizzata su disegno di Luigi Vanvitelli, che segnò l’inizio di una convergenza di interessi, soprattutto rispetto al nuovo ruolo assunto dalle architetture all’interno della composizione; il che fu certo determinante per l’inserimento del pittore tra i docenti dell’accademia napoletana, su proposta dello stesso architetto, tra il 1771 e il 1772.

La ricerca di un più netto classicismo dovette indurre Diano nella fase di accoglimento della fondamentale traccia lasciata da Francesco Solimena nella Cacciata di Eliodoro dal Tempio al Gesù Nuovo; oltre che a una attenta considerazione degli esiti napoletani maturati nella cerchia dei suoi discepoli. Nel corso degli anni Diano approfondisce gli aspetti cromatici, che gli consentirono di impreziosire la materia attraverso striature luminose per definire le forme.

Nel 1788 Diano si sposta in Abruzzo, interrompendo l’insegnamento accademico per un periodo di tre/quattro mesi e portando a compimento numerosi lavori per il duomo di Lanciano.

Successivamente vi fu uno spegnimento delle energie innovative anche in seguito all’atteggiamento programmatico della corte borbonica, che favorì gli orientamenti di una più rigida ripresa classicistica in contrapposizione alle tracce lasciate da Solimena. Diano dovette quindi adeguarsi ai canoni classici di chiarezza e di armonia, riducendone cromia e ombreggiature, a favore di una maggior delineazione delle forme (come appare nelle ultime opere).

Diano morì a Napoli il 13 agosto 1803. Fu suo fratello il pittore Vincenzo Diano.

 

Note

L’opera ha ricevuto una prima perizia da parte del famoso storico d’Arte prof. Vincenzo Pacelli, docente di Storia Moderna all’Università degli Studi di Napoli Federico II. E una perizia d’Arte di Attribuzione sottoscritta dal perito CTU del Tribunale di Napoli Dott. Eugenio Magno con il contributo del grafologo d’Arte Dr. Luigi Di Vaia.

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